LA PERSECUZIONE EBRAICA IN ITALIA – Parte I: le Leggi Razziali

Le deportazioni in Italia si collocano all’interno di un fenomeno di genocidio di ben più vaste proporzioni, che fu messo in atto dal governo nazista in Germania a partire dalla fine del 1941 e successivamente dai suoi alleati. Proprio per questo motivo, la storia dell’Olocausto italiano si lega fortemente a quella dell’occupazione nazista, iniziata l’8 settembre 1943 e terminata il 25 aprile 1945. Non è infatti un caso che, a nemmeno un mese di distanza, l’Italia, o meglio la Repubblica Sociale Italiana, avviò le deportazioni degli ebrei allineandosi di fatto con le politiche degli occupanti. Queste andarono avanti per tutta la durata della RSI, fino a poco prima della liberazione.

In realtà tra l’estate e l’autunno del 1938 il governo italiano aveva già avviato una politica antisemita, promulgando una serie di regi decreti che andassero a limitare i diritti degli ebrei.

Non è questa la sede adeguata per discutere il motivo di tali leggi, che vengono ricordate col nome di “Leggi Razziali”; ci basti dire che Mussolini e il Gran Consiglio del Fascismo vollero conformarsi alle politiche dell’alleato tedesco.

Come afferma la senatrice Liliana Segre, dopo i decreti del ’38, da un giorno all’altro la condizione degli ebrei mutò nel Paese e, da persone con diritti paritari, si ritrovarono ad essere discriminati. Prima di entrare nel merito, bisogna però porsi la domanda: com’è stato possibile questo? L’Italia era già un paese razzista e antisemita?

È opportuno quindi fare un ulteriore passo indietro.

Negli ultimi decenni del XIX secolo quasi tutte le potenze europee improntarono la loro politica estera sull’espansione in territori oltremare e mirarono alla costruzione d’imperi coloniali. Le motivazioni di questo furono sostanzialmente due: economiche e politico-ideologiche.

Non prenderemo qui in esame le prime; sulle seconde invece vorrei che ci soffermassimo.  All’interno dei singoli stati si stavano sviluppando sempre più ideologie nazionaliste mischiate a politica di potenza, di razzismo e di spirito missionario che mirassero quindi alle conquiste imperiali. Giusto per fare due esempi: in Inghilterra, Disraeli parlava degli inglesi come razza dominatrice destinata a espandersi grazie alle sue virtù; Kipling parlava invece del “fardello dell’uomo bianco” che doveva redimere le popolazioni selvagge. Assistiamo quindi a un’ondata di razzismo[1]che si sviluppa in tutta Europa.

In linea con gli altri paesi europei, anche l’Italia mostrò la volontà di espandere il suo dominio sui territori d’oltremare, ma, a differenza di questi, non sviluppò una concreta ideologia razzista. Il perché viene spiegato bene da Renzo De Felice nel suo lavoro “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo”, nel quale ci dice che «il razzismo come fatto psicologico di massa e in buona parte come fatto culturale» si sviluppa in quei territori di frontiera non ben definiti etnicamente o in quelle aree miste dove la presenza di forti minoranze genera contrasti con i vari gruppi nazionali; per questo sostiene che «il razzismo moderno è nato in Germania e in Germania nella Prussia orientale, regione di profondi contrasti nazionali (tedeschi, lituani, polacchi)» e continua «[…]ora tutto ciò è sostanzialmente mancato in Italia, paese in realtà omogeneo etnicamente, dalle frontiere – almeno sino al 1918 – ben definite e coincidenti con i confini etnici, nonché sostanzialmente statico entro queste frontiere. Da qui, di conseguenza, l’assenza di un razzismo autoctono e una diffusa sordità per quello d’importazione».

De Felice afferma anche che il razzismo non abbia trovato spazio all’interno dello Stivale poiché la popolazione italiana «[…]è ed è stata o sostanzialmente cattolica o sostanzialmente laica, orientamenti questi – almeno nelle loro estrinsecazioni nostrane – entrambi contrari al razzismo».[2] Possiamo quindi dire che in Italia, fino agli anni 30, non vi era il problema ebraico, o comunque non era visto in termini propriamente razzistici e che, quando si parlava di “razza ebraica” non ci si riferiva ad un aspetto biologico, ma impropriamente ad un aspetto culturale e di tradizioni.

A questo punto, per portare a termine il nostro discorso introduttivo, ci resta da analizzare il rapporto tra fascismo prima dell’emanazione delle leggi razziali ed ebraismo.

Dopo la campagna per la razza lanciata nel 1938, molti storici e giornalisti dell’epoca cercarono, con documenti e articoli degli anni precedenti, di dimostrare che il fascismo già dalle sue origini avesse una posizione antisemita; in realtà si trattava di ricerche prive di fondamenta scientifiche.

Invero, il partito non prese mai posizioni a riguardo; per questo, l’unica che possiamo realmente analizzare sarà quella di Mussolini e degli organi di stampa da lui gestiti: “Il Popolo d’Italia” e “Gerarchia”.[3]

Mussolini personalmente non aveva vere prevenzioni antisemite, anzi riconosceva agli ebrei una particolare bravura nelle questioni economiche e finanziarie. Infatti, nel 1932, manifestando questa idea alla sua cerchia ristretta, nominò come ministro delle finanze e del tesoro Guido Jung. Poche sono le prese di posizione mussoliniane sugli ebrei prima della salita al potere.

Una prima lettera compare il 4 giugno 1919 ne “Il popolo d’Italia” sotto forma di articolo intitolato “I complici” dove, prendendo spunto dai recenti avvenimenti in Russia, attacca di fatto l’ebraismo mondiale definendolo l’anima del bolscevismo e del capitalismo.

Poco meno di un anno e mezzo dopo, il 19 ottobre 1920, Mussolini scriverà un nuovo articolo intitolato “Ebrei, Bolscevismo e Sionismo italiano” (a seguito dei provvedimenti antisemiti in Ungheria e la conseguente presa di posizione della Federazione sionistica italiana), dove smentirà e capovolgerà la tesi sostenuta nell’articolo precedente. Si evince da questo che Mussolini non cambia la sua opinione sulla fragilità della Rivoluzione d’Ottobre, ma muta invece la sua posizione sulla natura ebraica del bolscevismo. Non c’è dato sapere con esattezza le ragioni di questo, ma, secondo De Felice, il leader fascista sposa una nuova visione degli eventi grazie a «una migliore informazione sui fatti», ma soprattutto perché voleva trasformare il suo partito da rivoluzionario a nazionale, con il conseguente inserimento degli ebrei al suo interno.[4]

Tale posizione viene confermata, e anzi rafforzata, nell’articolo uscito il 25 giugno 1922, in cui commenta l’assassinio di Rathenau da parte di estremisti tedeschi di destra, condannando l’antisemitismo di questi ultimi.

Nonostante la deriva autoritaria del regime portasse a una logica antidemocratica e (per alcuni) a vedere in molte iniziative ebraiche dei comportamenti antifascisti, dopo la salita al potere del fascismo, la posizione di Mussolini e del partito nei confronti degli ebrei non mutò. Possiamo quindi sostenere che nei primi quindici anni di governo, gli ebrei avessero stessi diritti di tutti gli altri italiani.

Le cose iniziarono a cambiare dopo la guerra d’Etiopia; a seguito di questa, l’Italia si ritrovò isolata politicamente, avendo raffreddato i rapporti con Inghilterra e Francia. Il neo impero si avvicinò cosi sempre di più alla Germania hitleriana per rimanere una presenza forte all’interno delle politiche internazionali e mantenere il titolo di superpotenza.

Come già accennato all’inizio dell’articolo, vero anno di svolta per gli ebrei italiani sarà il 1938, quando il Gran Consiglio del fascismo abbracciò la campagna per la razza portata avanti dal governo nazista, mostrando così la sua definitiva vicinanza a quest’ultimo. S’iniziò quindi a lavorare già dai primi mesi dell’anno per preparare la popolazione, da un punto di vista psicologico, a quelle che verranno poi ricordate come Leggi Razziali.

Protagonista di questo periodo fu la stampa italiana che venne sempre più indirizzata verso una strada antisemita. Inizialmente furono tre i giornali usati come battistrada: “Il Tevere”, “Il Quadrivio” e “Il Regime Fascista”, ma già verso marzo-aprile, quasi tutta la stampa aveva sposato questi temi: non stupisce quindi che in breve tempo fossero nate anche nuove riviste e settimanali sull’argomento, come ad esempio “Il Giornalissimo” e “La Difesa della Razza”.[5]

La stampa non solo pubblicava articoli razzisti e antisemiti, mostrando invece una superiorità della “razza italiana”, ma proponeva anche soluzioni da prendere sul piano istituzionale come ad esempio l’esclusione dalle università e il divieto ai laureati stranieri ebrei di professare in Italia.

Questa propaganda antisemita e razzista sfocerà nella pubblicazione, avvenuta il 14 luglio, del Manifesto degli scienziati, seguita subito dopo, il 25 dello stesso mese, dal comunicato del PNF sul manifesto stesso. Un gruppo di studiosi fascisti e docenti universitari aveva redatto, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, dieci proposizioni qui sotto riportate:[6]

1. Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.

2. Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.

3. Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.

4. La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L’origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell’Europa.

5. È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l’Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d’Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio.

6. Esiste ormai una pura “razza italiana”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.

7. È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l’Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.

8. È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.

9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.

10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.

Dopo il 25 luglio furono emanate fin da subito le prime disposizioni per estromettere gli ebrei dalle cariche pubbliche e finanziarie. Il 22 agosto venne portato avanti dal Ministero degli Interni un censimento degli ebrei che andava a catalogare sotto questa razza[7] 46.656 persone.[8]

Il 5 settembre fu fatto divieto agli studenti ebrei di frequentare la scuola pubblica. Le Comunità ebraiche locali dovettero occuparsi dell’istruzione dei loro figli con la creazione di scuole private. Per quanto riguarda l’università, invece, era vietata loro l’iscrizione, ma con la possibilità per gli studenti in corso di completare il percorso accademico.

Il 7 settembre, per decisione del Consiglio dei Ministri, fu vietato agli ebrei stranieri di stabilirsi all’interno della penisola italiana, della Libia e delle isole Egeo, costringendo quelli già presenti ad abbandonare questi territori. Tutti gli ebrei che ottennero la cittadinanza dopo 1 gennaio 1919, se la videro revocata.

Nei giorni e mesi successivi altri articoli di legge furono promulgati, colpendo i diritti di questa parte di popolazione; 200 professori, 400 funzionari statali, 500 impiegati privati, 150 militari e 2500 liberi professionisti persero il lavoro.

Tutti questi provvedimenti furono poi riuniti nel Regio Decreto Legge del 17 novembre del 1938, composto da 29 articoli e ricordato come “Provvedimenti per la difesa della razza italiana”.

In questo breve periodo che precede lo scoppio della guerra, assistiamo all’abbandono della penisola da parte di circa 6000 ebrei con lo scopo di raggiungere quei paesi in cui non vi era discriminazione, ma soprattutto per trovare lavoro.

– Jacopo Di Sacco –


[1] Non sempre negativo, spesso anche con una matrice positiva come ad esempio il citato Kipling.

[2] Renzo De Felice, Storia degli ebrei sotto il fascismo, ediz. Enaudi, Torino, 1993 pp. 28-29

[3] Co-direttrice del giornale “Gerarchia” era Margherita Sarfatti, nata Margherita Grassini a Venezia nel 1880 e di religione ebraica; fu una giornalista e critica d’arte italiana. I suoi legami con Mussolini la portarono poi a scrivere una biografia intitolata “Dux”. A seguito delle Leggi Razziali fu costretta ad allontanarsi dall’Italia e raggiunse l’Argentina.

[4] Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Enaudi, Torino, 1993, pp. 70-71

[5] La difesa della razza, rivista diretta da Telesio Interlandi, il suo primo numero usci il 5 agosto 1938 e venne stampata, con cadenza quindicinale, fino al 1943 dalla casa editrice Tumminelli.

[6] La difesa della razza, direttore Telesio Interlandi, anno I, numero 1, 5 agosto 1938, p. 2

[7] Utilizzo qui il termine razza per sottolineare il fatto che questo censimento non aveva un criterio religioso, ma razzistico; a prova di ciò si confrontino i risultati di questo con quelli del censimento del 1931 (qui criteri religiosi) e si noti l’aumento vertiginoso dei numeri.

[8] Liliana Picciotto, Gli ebrei in provincia di Milano: 1943/1945, CDEC Milano, p. 13

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