L’Armata delle Molucche: la furia di Magellano

Attenzione!

Per leggere questo articolo è fondamentale aver letto le prime due parti. Qualora non lo aveste ancora fatto correte a leggerle:

Racconto

Il 26 dicembre 1519 l’Armata delle Molucche prese il largo con lo scopo di percorrere verso sud le coste dell’America meridionale. Per due settimane i marinai navigarono giorno e notte, finché, il 10 gennaio 1520, raggiunsero Capo Santa Maria, dove il Rio de la Plata si univa al mare e da cui si presumeva avesse inizio il collegamento al Pacifico. Così descrisse ciò che vide sul suo diario di bordo il pilota della Victoria, Francisco Albo:

«Martedì 10 gennaio, ho preso il sole a 75 °; ha una declinazione di 20 ° e la nostra latitudine è arrivata a 35 °. Eravamo alla destra del Capo di Sta. María.  … Da qui in avanti la costa corre verso est e ovest e la terra è sabbiosa; e alla destra del capo è una montagna a forma di cappello, che abbiamo chiamato Monte Vidi, ora correntemente chiamato Santo Vidio (ora Montevidio capitale dell’Uruguay ) e tra esso e Capo Santa María è un fiume che chiamiamo Rio de los Patos, e da lì siamo andati avanti attraverso l’acqua dolce».

Traduzione dal diario di Francisco Albo

Per il capitano si trattava di un’ottima notizia: se si fosse rivelata vera la sua intuizione sullo stretto, avrebbe superato il Nuovo Mondo prima che finisse l’estate (siamo a sud dell’equatore e quindi gennaio è un mese estivo).  Deciso a non perdere tempo fece rotta verso l’interno della grande insenatura, monitorando di volta in volta la profondità. La tensione era alle stelle: non solo poteva rivelarsi un semplice fiume, ma il fondale basso poteva risultare nefasto per la missione e gli equipaggi. Ad aggravare la situazione, vi era l’idea che quella regione fosse popolata da tribù di cannibali. In vero, incontrarono lungo la loro traversata una popolazione di indigeni lungo la spiaggia, ma Magellano non volle attendere e decise di inviare 100 uomini sulla terra ferma armati fino ai denti, con l’obbiettivo di mettere i rivali in fuga. Riuscì nell’impresa.

«Saltassimo in terra cento uomini per avere lingua e parlare seco, ovvero per forza pigliarne alcuno. Fuggitteno, e fuggendo facevano tanto gran passo che noi saltando non potevamo avanzare li sui passi»

diario di Pigafetta

Risolto il primo problema, il capitano decise di gettare l’ancora e mandare in perlustrazione solo la Santiago, poiché era una nave più piccola e più leggera. Per due giorni l’equipaggio di questa risalì la corrente scandagliando continuamente il fondo del fiume, ma, invece che diventare più profondo, questo diminuiva sempre di più, rivelando così che si trattava di un fiume e non di uno stretto. Informato della notizia, a Magellano non restò che fare marcia indietro. Non poteva che proseguire la ricerca!

Il 3 febbraio si lasciarono alle spalle il Rio de la Plata, per continuare l’esplorazione della costa sud. Tuttavia si palesò un nuovo problema: la San Antonio imbarcava acqua. Impiegarono tre giorni a riparare lo scafo della nave, al termine dei quali il viaggio poté riprendere.

Raggiunto il Golfo di San Matteo caddero nuovamente in errore tentando una nuova traversata. Qui il fondale era molto più profondo della foce del Rio de la Plata e Magellano pensò che fosse la volta buona. Entrate le navi, dovettero invece ricredersi presto. 

Il 27 dello stesso mese raggiunsero una piccola baia composta da due isolette: la Baia delle Oche. Pigafetta descrive questo territorio come un paradiso per strane oche nere e «lupi marini». Con tutta probabilità si trattava di pinguini e di leoni marini:

«Poi seguendo el medesimo cammino verso el polo Antartico, accosto da terra, venissemo a dare in due isole piene di occati e lupi marini. Veramente non se poría narrare il gran numero de questi occati. In una ora cargassimo le cinque navi. Questi occati sono negri e hanno tutte le penne ad uno modo, così nel corpo come nelle ali: non volano e vivono de pesce. Erano tanto grassi che non bisognava pelarli ma scorticarli. Hanno lo becco como uno corvo. Questi lupi marini sono de diversi colori e grossi come vitelli e il capo come loro, con le orecchie piccole e tonde e denti grandi. Non hanno gambe, se non piedi tacadi al corpo, simili a le nostre mani, con unghie piccole e fra li diti hanno quella pelle [che hanno] le oche. Sarebbero ferocissimi se potessero correre: nodano e vivono de pesce».

diario di Pigafetta

Riempite le stive, il viaggio poté continuare. Più si dirigevano verso sud, più il clima diventava freddo e il tempo instabile. Infatti, le cinque navi dovettero affrontare un grosso uragano che le mise a dura prova: quando il mare si placò, per tre volte apparvero nuovamente i fuochi di sant’Elmo.

Con l’inverno ormai alle porte, Magellano decise che era giunto il momento di fermarsi per aspettare la primavera. Il 31 marzo, individuata una baia posta a 49°21’ di longitudine sud, comandò di gettare l’ancora. Si trattava di un’insenatura stretta, circondata da alte pareti rocciose che fungevano da protezione da venti e tempeste: era il luogo ideale. La soprannominarono Porto San Julian.

Una delle prime decisioni che Magellano prese fu di dimezzare i razionamenti, con lo scopo di superare l’inverno senza la preoccupazione di doversi procurare cibo in primavera. La decisione poteva non essere sbagliata, poiché la baia era ricca di pesci e animali da cacciare. I marinai, però, non la pensarono alla stessa maniera e ricominciarono a complottare aizzati da Cartagena.

Durante il giorno di Pasqua, Magellano propose agli altri capitani di celebrare insieme la Santa Messa, ma l’unico che risposte positivamente fu Luis de Mendoza della Victoria. Decise di tentare nuovamente invitandoli a desinare alla sua tavola, ma questa volta nemmeno Mendoza accettò; rispose all’appello solo suo cugino Alvaro de Mesquita, capitano della San Antonio. Proprio al termine del pranzo una scialuppa, con due marinai, colpì la nave ammiraglia. Una volta fatti salire a bordo, Magellano scoprì che erano membri dell’equipaggio della Conception, incaricati dal comandante Quesada di riferire ai capitani della Victoria e della Santiago la sua volontà di ammutinamento, ma per errore la corrente aveva trascinato la piccola imbarcazione proprio sulla Trinidad. La situazione era drastica e Magellano non sapeva di chi fidarsi. Per prima cosa si assicurò la lealtà del suo equipaggio, per poi decidere di aspettare paziente gli eventi.

Nella notte, Cartagena e Quesada, a capo di una trentina di uomini, si recarono silenziosamente a bordo della San Antonio dando il via alla rivolta. Subito fecero prigioniero il capitano Mesquita. Impossibilitata a reagire, la flotta della nave dovette abbassare le armi e subire passivamente le direttive dell’equipaggio della Conception. Alcuni, tra cui Antonio de Coca, si allearono senza ripensamenti con i nuovi padroni della nave. Nel giro di poco anche la Victoria passò dalla parte degli ammutinati. Tre navi su cinque ormai erano fuori dal controllo del portoghese.

Alle prime luci del 2 aprile, Magellano fu informato dell’accaduto. Un marinaio si recò sulla nave ammiraglia per portare un messaggio di Quesada, in cui si ordinava a Magellano di abbandonare l’impresa e tornare in Spagna. Quest’ultimo decise di giocare d’astuzia e mandò a dire ai capitani che avrebbe ascoltato le loro richieste, ma a condizione che fossero avanzate a bordo della Trinidad. I capitani risposero che avrebbero incontrato Magellano, ma non sulla nave ammiraglia, bensì sulla San Antonio. Contro i pronostici, il nostro protagonista accettò. Prima, però, diede l’ordine a cinque uomini fidati (tra cui spiccava la figura di Gonzalo Gomez de Espinoza) di imbarcarsi su una scialuppa e remare silenziosi verso la Victoria, con l’obiettivo di reimpossessarsi della nave. Quando la scialuppa fu lontana, un’altra venne calata in mare con 15 uomini armati fino ai denti, comandati da Duarte Barbosa. Appena la prima imbarcazione raggiunse la Victoria, Mendoza comandò al suo equipaggio di far salire i sei a bordo: Espinoza afferrò allora per la barba Mendoza e lo pugnalò alla gola. Mentre l’equipaggio si trovò spiazzato dalla morte improvvisa di chi li comandava, i 15 uomini sulla seconda scialuppa saltarono a bordo e presero il controllo della nave! La Victoria era tornata sotto il controllo di Magellano.

Passato in vantaggio, l’ammiraglio decise di muovere le tre imbarcazioni sotto il suo controllo verso la bocca della baia, così da chiudere il passaggio alle due navi degli insorti. Vedendo che la San Antonio e la Conception non si arrendevano, Magellano prese da parte un marinaio e gli affidò una missione segreta: doveva tagliare l’ancora della Conception, così da lasciarla in balia della corrente e simulare, agli occhi di tutti, una fuga. Il piano riuscì: la nave, infatti, spinta dalla corrente, iniziò a muoversi in direzione degli avversari. Quando fu a tiro, la Trinidad e la Victoria la arpionarono e ne presero il controllo senza troppa fatica. Guardando tutta la scena da lontano, la San Antonio issò bandiera bianca. Mesquita fu liberato e Quesada e Cartagena nuovamente arrestati, insieme a qualche loro fedele.

I ribelli dovevano essere puniti! Per prima cosa infatti Magellano fece legare il corpo senza vita di Mendoza ai cardini della nave che, una volta azionati, lo fecero a brandelli. I resti furono esposti sulla costa. A questo punto, l’ammiraglio instituì un tribunale presieduto da Mesquita, che aveva il compito di giudicare (e punire) gli altri protagonisti dell’ammutinamento.

Trascorsi quindici giorni, il giudice diede la sua sentenza: Antonio de Coca venne liberato, ma fu sollevato da qualsiasi ruolo di comando; mentre l’astronomo Andres de San Martin, Hernando Morales e il cappelano vennero giudicati colpevoli e condannati a subire lo Strappado, una tortura da noi conosciuta con il nome di Tratto di Corda. Sopravvisse solo Andres de San Martin.

Oltre a questi tre furono condannati a morte altri 40 marinai semplici, ma, poiché risultavano indispensabili per la missione, Magellano decise di graziarli e limitare la loro punizione alla prigionia e ai lavori forzati. Tra di loro vi era anche il servo personale di Quesada, un tal Luis de Molino, al quale fu promessa la libertà in cambio della decapitazione del suo padrone. Lo scambio venne accettato. Quesada fu fatto inginocchiare e il suo servo procedette all’esecuzione davanti agli occhi di tutti i marinai dell’Armata delle Molucche.

Restava da decidere cosa farne di Cartagena, ma, vista la sua importanza in Spagna, Magellano pensò nuovamente di lasciarlo libero. Tuttavia lo spagnolo presto riprese a complottare contro l’ammiraglio. Pertanto Magellano prese una decisione: alla ripartenza, avrebbero lasciato in quelle terre abbandonate sia Cartagena che il suo nuovo socio, il cappellano Pero Sanchez.

Risolto l’ammutinamento, si presentò un’altra problematica non meno preoccupante: bisognava superare l’inverno e, ben presto, la ciurma si accorse di essere stata truffata dai commercianti delle Isole Canarie, i quali non avevano rifornito le stive come da accordi. Le navi quindi non potevano fermarsi! Presto dovettero riprendere il largo con lo scopo di trovare il prima possibile lo stretto. Stava diventando una questione di vita o di morte.

Jacopo Di Sacco

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