Prostituzione: un affare di Stato

Puttane, meretrici, prostitute: sono solo tre modi diversi per indicare le donne che praticano il mestiere più antico del mondo. Da sempre, in tutte le civiltà si registrano ragazze (e spesso anche uomini) che decidono di vendere la loro intimità in cambio di denaro. Anche la nostra penisola si è saputa distinguere in questo campo.

affresco a Pompei all’interno di un Lupanare

Grazie all’archeologia sappiamo con assoluta certezza che in età classica i bordelli (chiamati lupanari) erano molto diffusi: a Pompei, ad esempio, sono stati trovati numerosi affreschi che raccontano le vicende di alcune meretrici tra cui una tale Euplia, famosa poiché riuscì ad arricchirsi con questo mestiere. O ancora, sono state rinvenute numerose Spintrie (o tessere erotiche), ovvero monete di bronzo che venivano utilizzate come pagamento della prestazione, caratterizzate da raffigurazioni erotiche.

Spintrie ritrovate a Pompei

Con questo articolo cercheremo di ripercorrere il sistema legislativo che ha saputo regolamentare la prostituzione dall’Unità d’Italia fino all’approvazione in Parlamento della legge 75/58 (chiamata anche legge Merlin), che porterà alla chiusura delle case chiuse e alla messa al bando di queste attività.

Nel 1859 (quando l’Unità non era ancora nemmeno concepita) Camillo Benso emanò un decreto per la Lombardia, appena annessa allo Stato sabaudo, in cui si tollerava l’esistenza di postriboli. Il 15 febbraio dell’anno seguente, lo stesso decreto divenne legge per l’intero Regno. All’epoca del Risorgimento, il problema alla base del dibattito sulla prostituzione era legato alla questione sanitaria: le malattie veneree erano all’ordine del giorno e tra le più diffuse si ricordano la sifilide e la gonorrea. Il “Regolamento del servizio di sorveglianza sulla prostituzione” (così furono chiamate queste norme) prevedeva la nascita di appositi Uffici Sanitari dove le prostitute erano obbligate a recarsi per effettuare una visita medica ogni due settimane. Dopo aver accertato quindi lo stato di salute, la “professionista” riceveva dalla Pubblica Sicurezza una patente sanitaria da aggiornare, appunto, ogni quindici giorni. Furono standardizzati i costi dei controlli medici: 1 lira per la visita ordinaria e 1,5 per quella a domicilio, mentre il controllo era gratuito per le meretrici riconosciute come miserabili. L’articolo 84 prevedeva il ricovero forzato al sifilicomio qualora il medico avesse accertato una malattia e, in caso di fuga (o rifiuto), l’articolo 86 prevedeva una reclusione della donna in carcere da cinque a quindici giorni. Sotto i 16 anni non era possibile prostituirsi (art. 59) ed era fondamentale mantenere sempre un contegno in pubblico, tanto che le meretrici non potevano né assumere alcolici durante il lavoro né addescare i clienti nelle strade dopo le ore 20.00. Per concludere, i bordelli erano divisi in tre classi in base al tariffario: i più cari erano i lupanari e costavano 5 o più lire, seguivano poi le case di media qualità, in cui la spesa si aggirava tra le 2 e le 5 lire, per poi chiudere il cerchio quelli dove il prezzo era inferiore a 2 lire.

Prostituta di Treviso

Il 26 agosto 1883 venne nominata una “Regia commissione per lo studio delle questioni relative alla prostituzione e ai provvedimenti per la morale e l’igiene pubblica”. Si arrivò a capire che l’approccio all’argomento doveva essere differente, tanto che la vecchia regolamentazione venne sostituita il 29 marzo 1888, quando il primo ministro Crispi emanò due nuovi decreti: “Il Regolamento sulla Prostituzione” e  “Il Regolamento sulla profilassi e sulla cura delle malattie sifilitiche”. Con questi si andava a instaurare un controllo sui locali e non più sulle singole donne. Inoltre si stabilivano ulteriori restrizioni all’attività svolta fuori dal locale (di fatto si andava a vietare la prostituzione per le strade, legandola fortemente a un luogo fisico e appartato). Le case non potevano avere più di una porta d’accesso ed era assolutamente vietato qualsiasi contatto con altri edifici estranei all’attività. Veniva negata la possibilità di apertura nei pressi di scuole o chiese, caserme o luoghi di gioventù. Incaricati del controllo delle case erano gli agenti della Pubblica Sicurezza, i quali potevano in qualunque momento effettuare una perquisizione. Gli Uffici Sanitari venivano sostituiti con Dispensari Pubblici, dove erano previste visite gratuite. I sifilicomi furono inglobati all’interno degli ospedali civili. Infine, si alzò l’età minima per esercitare la professione a 21 anni.

Nel 1891, tale soglia fu abbassata ai 18 anni dal ministro dell’Interno Giovanni Nicotera, che inasprì anche le pene per tutte le donne che si rifiutavano di sottoporsi a visite mediche. Per rispetto e ammirazione verso le forze dell’ordine, lo Stato imponeva alle case chiuse uno sconto ai militari. Riprendendo la linea dura nei confronti del disordine pubblico, fu definitivamente vietata la vendita di alcolici all’interno dei postriboli.

Bene o male le norme legislative rimasero quasi invariate fino agli anni Venti del XX secolo. Con l’avvento del fascismo l’Italia assunse tutte le caratteristiche di un regime dittatoriale, trasformazione che interessò anche la regolamentazione della sfera sessuale. Gradualmente si arrivò al Testo Unico del 1931, che trasformava i luoghi di meretricio in demanio dello Stato. Si andava così creando un vero e proprio monopolio. A capo di ogni gestione vi era un consiglio composto da: un rappresentante delle forze dell’ordine, uno della Curia (come autorità morale) e un ufficiale medico nominato dal Prefetto dopo un concorso. Alle riunioni partecipavano anche la maitresse (in quanto amministratore delegato della società) e il proprietario dello stabile; i due non avevano tuttavia diritto di voto. Diventando di proprietà dello Stato, le ragazze venivano spostate ogni quindici giorni da bordello a bordello e da città in città, così da evitare di creare legami affettivi con i clienti e avere sempre “merce” nuova.

Angelina Merlin

La questione delle case chiuse si complicò dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando, nel 1949, l’ONU vietò agli stati membri di lucrare sulla prostituzione. L’Italia entrò a far parte di tale organismo a partire dal 1955, ma, nonostante questo, lo Stato continuava a trarre vantaggi economici dall’attività, rischiando sanzioni internazionali. Nel mentre, una certa Angelina Merlin, nata nel 1887 e dal 1919 iscritta al partito socialista, richiese la chiusura dei postriboli. Questo spaccò l’Italia in due (lo stesso partito della Merlin si troverà diviso sulla questione). Il 20 febbraio 1958 la senatrice presentò la proposta di legge 75/58, che fu approvata a maggioranza: le case chiuse vennero così definitivamente… chiuse!

Jacopo Di Sacco

Per approfondire:

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