Breve storia di un processo a una strega

Preparatevi gente, oggi è il 31 ottobre e, ormai in quasi tutto il mondo, si festeggia Halloween.

In verità non è una ricorrenza italiana (noi celebriamo il primo novembre, Ognissanti), ma la globalizzazione ha fatto sì che numerosi bambini, anche qui da noi, si travestano e vadano in giro a spaventare e raccontare storie di mostri e fantasmi.

Pertanto, visto il giorno speciale, ho deciso di parlarvi di Caterina Bonivarda, arrestata e processata per stregoneria nel 1495 a Rifreddo, un comune in provincia di Cuneo. Premetto subito che mi baserò solo su una fonte: il libro intitolato Streghe scritto dal professor Grado Giovanni Merlo. Aggiungo inoltre che mi limiterò solo a descrivere come si è sviluppato il processo. Se poi vorrete approfondire la storia, vi consiglio di comprare questo interessantissimo libro (potete farlo qui).

La vicenda si apre il 4 ottobre 1495, quando l’inquisitore Vito dei Beggiami proclamò in tutto il territorio di Rifreddo il tempus gratiae, che consisteva nella concessione di tre giorni in cui ogni individuo che si ritenesse coinvolto nell’eresia (direttamente o indirettamente) era tenuto a recarsi dal frate predicatore a confessare ciò che sapeva (o credeva di sapere), ricevendo automaticamente l’assoluzione. Si apre così il processo che vedrà imputate nove donne di Rifreddo e Gambasca, tra cui la nostra protagonista.

Nella stessa giornata, quella del quarto giorno di ottobre, comparve davanti all’inquisitore Coleto Giordana di Gambasca, che accusava una sua compaesana, la moglie di Bonivardo dei Bonivardi (perciò detta Caterina Bonivarda) di essere una masca (termine che significa strega).

L’8 ottobre (ormai terminato il tempo della grazia) fu citata in giudizio una donna di Rifreddo di nome Giovanna Motossa, la quale confessò di appartenere alla setta delle streghe da ormai diciotto anni insieme ad altre donne, tra cui Caterina, che ella vide partecipare ai balli comuni e avere rapporti sessuali col proprio demone, nonché profanare un crocifisso con sputi e bestemmie. La testimone fornì anche ulteriori informazioni riguardo a queste riunioni, sostenendo che si tenevano (o come sottolinea in tutto il libro Merlo, si sarebbero tenute) nei pressi del fiume Po. Lo stesso giorno si presentò anche Giovannina Giordana, figlia di Giovanna Motossa e moglie di Michele Giordana. Esattamente come la madre, dichiarò subito di appartenere alla setta e identificò Caterina come sua socia.

Stessa sequenza avvenne nei giorni 12 e 17 ottobre, quando confessarono altre due donne: Caterina Bianchetta e Giovanna della Santa. Anche queste confermarono quanto detto dalle precedenti.

Tutte fornirono bene o male la stessa versione, dando informazioni su come si sarebbero svolti gli incontri. Tutte le riunioni avvenivano nel territorio di Rifreddo ed erano ripartite in tre momenti differenti: la danza, l’unione carnale con i propri demoni e lo spregio della croce. Giovanna della Santa specifica anche che le masche raggiungessero questi luoghi al seguito dei loro demoni, i quali erano anche pronti ad usare la violenza fisica pur di farsi ubbidire.

A questo punto Vito dei Beggiami poté procedere contro Caterina e la convocò a giudizio in data 19 ottobre. L’interrogatorio, a differenza dei precedenti, non portò a niente: l’imputata negò tutto. L’inquisitore decise allora di imprigionarla all’interno del monastero di Santa Maria della Stella a Rifreddo, ma diede disposizione perché le fossero lasciati liberi gli arti dai ceppi (molto probabilmente era stata immobilizzata per tutta la durata dell’interrogatorio). Venne riascoltata tre giorni dopo, il 22 ottobre, ma nuovamente Caterina continuò a negare.

Si era a un punto morto. L’inquisitore decise di riconvocare tutti e cinque i testimoni il 23 ottobre. Per la prima volta vediamo comparire negli atti una nuova figura, quella del procuratore della fede, il quale tacciò Caterina di essersi sottratta all’udienza, vista la sua assenza. Questa accusa di contumacia, vista la prigionia dell’imputata, risulta molto strana. Ora, la domanda che sorge spontanea è: chi era il procuratore della fede e che ruolo svolgeva all’interno del processo? Il suo nome non ci è pervenuto in quanto non viene indicato, mentre riguardo al suo ruolo possiamo invece evincere, anche se non con assoluta certezza, che risultasse essere quello che al giorno d’oggi identificheremmo come PM o avvocato dell’accusa.

Vero giorno di svolta per il processo fu il 27 ottobre. In questa data Caterina venne nuovamente convocata. L’inquisitore le chiese se fosse stata esortata dai suoi parenti a confessare i crimini, ma lei nuovamente negò. A questo punto Vito dei Beggiami poté accusarla di menzogna, poiché era venuto a conoscenza dal fratello della donna, Giaffredo Bonetto di Revello, di un colloquio in cui questo, sicuro di ottenere per lei la grazia, la pregava di confessare. Venne messo agli atti che nelle interrogazioni successive si sarebbe ricorso alla tortura. L’inquisitore concesse tuttavia alla donna sei giorni per nominare un avvocato e un procuratore in sua difesa. Vennero scelti il sopracitato Giaffredo e suo marito Bonivardo, i quali chiesero, in data 28 ottobre, una copia degli atti processuali. Marchiotto dei Tapparelli, notaio dell’inquisizione, terminò la copiatura il 5 novembre e la consegnò ai richiedenti in data 8 novembre.

Il 12 novembre si tenne una nuova seduta in cui Caterina e i suoi difensori risultarono assenti e accusati nuovamente di contumacia. Qui venne interrogata Caterina Borella (alias Forneria) che si dichiarò masca in Gambasca e identificò Caterina Bonivarda come sua socia (insieme ad altre due donne: Giovanna Cometta e Bilia dei Galliani). Fino a questo punto nulla di nuovo, ma importante fu la seconda testimone, ascoltata il medesimo giorno. Si presentò Margherita, moglie di Giacomo Bonivardo e vicina di casa dell’imputata, la quale raccontò un fatto avvenuto due anni prima. Sembra che una vacca fosse entrata nel terreno di Caterina, spaccando tutte le recinzioni e che quest’ultima, infuriata, avesse lanciato minacce profetiche contro la famiglia di Margherita, dichiarando: «Voi volete tenere vacche e porci in numero eccessivo rispetto alle vostre possibilità e a danno degli altri, ma non ne godrete di tutti» (G.G.M., Streghe, Il Mulino, p.14). Il giorno seguente un maiale morì cadendo in un burrone. Un anno dopo altri quindici porci morirono a causa di una malattia.

Su quest’ultima testimonianza Merlo si sofferma più che sulle altre, facendo notare un particolare grammaticale degli atti:

«de quibus omnibus nunc habet suspectam dictam Katerinam propter minas quas fecerat et maxime quia ipsa Katerina fuit nunc intitulata pro mascha».

presente in: G.G.M., Streghe, Il Mulino, p. 16

La parola nunc (=ora) è fondamentale, poiché sottolinea come l’accusatrice realizzò soltanto in quel momento (ovvero dopo la pubblica accusa ed incarcerazione di Caterina) che la donna fosse una masca, cosa che non aveva compreso a fatto appena accaduto.

Il 13 novembre Giaffredo presentò all’inquisitore uno scritto in cui riportava numerose obiezioni su come si era svolto il processo fino a quel momento. I due difensori di Caterina cercarono a questo punto di scavalcare lo stesso Vito dei Beggiami e, in data 17 novembre, contattarono Giovanni Ludovico della Rovere, vicario generale della diocesi di Torino. Quest’ultimo ordinò all’inquisitore di non operare più senza la consulenza e l’intesa di Pietro Andrea di San Sisto, cantore della chiesa collegata di Saluzzo (rappresentante del potere dell’ordinario diocesano).

Il giorno seguente (18 novembre) il procuratore della fede rispose alla cedola del 13 novembre con una lettera del consigliere marchionale e dottore in teologia Michele de Madeis, in cui si attestava che l’inquisitore avesse lavorato bene fino a quel momento.

Giaffredo decise allora di lasciare il posto di procuratore della difesa al notaio di Saluzzo Antonio Vacca, il quale riuscì a ottenere dal marchesato di essere accompagnato a Rifreddo dal sopracitato Michele de Madeis e di ripetere in sua presenza tutti gli interrogatori svolti fino a quel momento. Vito dei Beggiami fu costretto ad adeguarsi.

Nel frattempo, mentre le due nuove figure si recavano a Rifreddo, il processo proseguì e in data 21 novembre una tal Romea (moglie di Bartolomeo dei Sobrani e già interrogata il giorno precedente) confessò di essere una masca e di avere socie in Gambasca, tra cui Caterina Bonivarda.

Il 23 novembre Caterina tornò sul banco degli imputati. Presenti all’incontro, oltre all’inquisitore vi erano anche: Michele de Madeis, il frate minore Leonardo di Manton e un nobile di nome Giovanni Francesco di Manton. La prima domanda che venne posta fu se la prigioniera conosceva o meno le altre imputate (e sue accusatrici). Altra risposta negativa, a eccezione di Romea dei Sobrani (conosciuta indirettamente, poiché parente alla lontana) e Caterina Forneria (proprietaria di un forno in cui Caterina, e altre donne di Gambasca, erano solite andare a cuocere il pane). A questo punto, l’interrogatorio si spostò su un colloquio avvenuto tra Caterina e suo marito circa quindici giorni prima, svoltosi alla presenza della badessa del monastero e del sopracitato frate minore Leonardo di Manton. Sembra che in quest’occasione Bonivardo abbia pronunciato le parole: «La notte è lunga e in una notte possono accadere molte cose buone» (G.G.M., Streghe, Il Mulino, p.18), interpretate non come una speranza, ma come una profezia demoniaca. Caterina fu inoltre accusata di aver ricevuto un oggetto (non ben precisato) in maniera furtiva e di aver tentato inutilmente di nasconderlo alla badessa.

Nella stessa giornata del 23 novembre, Antonio Vacca (nuovo procuratore della difesa) fece ricorso contro gli atti trascritti fino a quel momento, poiché gli interrogatori si erano tenuti senza la presenza di Michele de Madeis. Così, il giorno seguente si riconvocarono alla presenza di quest’ultimo le imputate che avevano deposto a sfavore di Caterina: Giovanna Motossa, la figlia Giovannina, Margherita Bonivarda, Caterina Borrella e Caterina Bianchetta. L’interrogatorio confermò nuovamente l’esistenza di una setta di streghe divise tra Rifreddo e Gambasca. Era fatta: ormai tutti erano convinti dell’appartenenza di Caterina a questa setta.

Due giorni dopo, Caterina salì nuovamente sul banco degli imputati e questa volta confessò! Dichiarò che un giorno di quattro anni prima, scontenta della sua vita, aveva invocato il demonio e questo si era palesato nelle sembianze di un uomo di mezz’età vestito di nero. Giorgio (così si chiamava il demone) propose alla donna di diventare sua serva e amante: in cambio le avrebbe donato una vita migliore. Accettato l’accordo, la donna rinnegò Dio poggiando il deretano su una croce, per poi unirsi carnalmente al demone. Caterina descrisse anche nel dettaglio il rapporto sessuale, dichiarando che non aveva provato piacere e che il fallo dell’amante era virile e freddo, come se non fosse umano.

Il demone si mostrava a lei una volta a settimana (quasi sempre di giovedì) per violentarla. Spesso di notte veniva condotta nei pressi del fiume Po, dove vi erano anche le altre donne di Gambasca per unirsi carnalmente ai rispettivi demoni e ripetere il rito sacrilego dello spregio della croce. Arrivò a descrivere anche un omicidio: si era introdotta con Caterina Borrella nella casa di Giaffredo Moine di Gambasca per uccidere il figlio mentre dormiva.

A questo punto, venne chiesto a Caterina se avesse più incontrato il demone da quando era rinchiusa nel monastero. Nonostante la risposta negativa della donna, fu messo agli atti che durante tutto l’interrogatorio Caterina risultò essere rigida, come se il demone la stesse trattenendo. Ormai vi erano tutti gli elementi per il verdetto finale: agli occhi di tutti Caterina era colpevole!

Il primo giorno di dicembre Antonio Vacca decise di presentare uno scritto in cui si richiedeva di non procedere alla condanna a morte dell’imputata, poiché si era dichiarata colpevole e pentita (arrivando a chiedere il perdono).

In data 6 dicembre, l’inquisitore convocò otto donne (tra cui Caterina), le quali confessarono tutte di aver ricevuto l’ostia consacrata durante la messa di Pasqua di due anni prima e di averla conservata per poi profanarla la sera stessa con bestemmie e sputi.

Ad aggravare la situazione fu la descrizione di una vicenda macabra: in una notte d’estate riesumarono tutte insieme il cadavere di un bambino sepolto il giorno prima nel cimitero di Martignana e, dopo averlo portato nella casa di Margherita Giordana, lo bollirono. Con la carne fecero delle salsicce (che poi furono da loro consumate), mentre col grasso unsero dei bastoni per renderli magici. Caterina confessò di possedere sotto al letto un bastone lungo 60 centimetri, ricevuto dal suo demone.

Il giorno seguente il procuratore della fede richiese di non concedere la misericordia, poiché, per quanto (come sostenuto dalla difesa) Caterina Bonivarda avesse confessato di sua spontanea volontà, tale ammissione di colpa non fu il frutto di un cuore puro, ma derivò «dalla paura della detenzione e dalle prove» (G.G.M., Streghe, Il Mulino, p.26). Questa tesi venne condivisa anche dal consigliere marchionale Michele de Madeis.

Vito dei Beggiami aveva tutto ciò che gli serviva per condannare a morte la donna. La sentenza fu emessa il 10 dicembre 1495 e qui gli atti si interrompono. Con tutta probabilità l’ultima cosa che Caterina Bonivarda vide furono delle fiamme.

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