Il lungo genocidio degli armeni

All’interno della regione del Caucaso, sull’altopiano attorno ai laghi di Van, di Sevean e di Urmia, sorge il territorio dell’Armenia. Qui un ceppo indoeuropeo si è sviluppato in maniera isolata, differenziandosi per lingua, cultura e religione dalle altre popolazioni presenti nei dintorni: gli armeni.

L’ultimo regno armeno scomparve nel 1375. Da questa data bisognerà aspettare il 1918 per assistere alla nascita di un nuovo stato indipendente. Nei secoli il territorio fu spartito inizialmente tra Impero Ottomano e Impero Persiano, ma successivamente, a seguito del trattato di Turkmenchay del 1828, fra turchi e russi.

Nonostante la storia abbia riservato a questo popolo lunghi periodi di dominazioni e divisioni, esso è riuscito ad arrivare fino ai giorni nostri, mantenendo vive le proprie tradizioni.

Oltre alla diversità etnica, vi era anche la problematica di essere una minoranza cristiana all’interno di stati e territori musulmani. Tuttavia la loro protezione era abbastanza assicurata dalla figura dello stesso sultano all’interno dei domini ottomani, e dallo scià in quelli persiani.

Nel corso dell’Ottocento la stabilità dell’area venne meno e iniziarono i primi problemi per questo popolo. Gli armeni residenti a nord del fiume Aras, si è già detto, passeranno dopo il 1828 sotto l’influenza russa e le loro condizioni di vita muteranno secondo la volontà zarista. Più difficile e tragica sarà invece la sorte dei loro fratelli ancora sotto la dominazione musulmana. Infatti nel 1821, a seguito della dichiarazione di indipendenza della Grecia, iniziò lo smembramento graduale dell’Impero Ottomano, con la conseguenza di un indebolimento del sultano in balia della politica estera delle super potenze europee.

Questa situazione si aggravò ulteriormente a seguito della sconfitta del 1878 nella guerra contro la Russia. Il conseguente Congresso di Berlino salvaguardò i confini territoriali turchi, ma accentuò la dipendenza del sultano nei confronti dell’Europa, generando un’ondata di nazionalismo turco all’interno del Paese. Dall’altro lato gli armeni iniziarono manifestazioni e reclami contro il governo, poiché non varò nuove riforme che garantissero la sicurezza e l’uguaglianza di questa minoranza, venendo così meno agli obblighi imposti dal Trattato di Berlino (vedi articolo 61).

Nel 1894, per stroncare una rivolta armena generata dall’eccessiva tassazione, il sovrano Abdul Hamid II avviò un vero e proprio massacro nella regione di Sassuan, primo di una lunga serie. Nei due anni successivi il piano di sterminio prese sempre più forma coinvolgendo anche tutta la popolazione: il governo, infatti, alimentò dicerie per fomentare il fanatismo musulmano. Alla fine del 1896 furono circa trecentomila le vittime armene (senza contare le centinaia di migliaia di persone che cercarono rifugio in altre nazioni).

Abdul Hamid II

Purtroppo le sorti degli armeni erano destinate a peggiorare ulteriormente.

La debolezza dell’Impero Ottomano e la sua dipendenza da altre potenze, lasciava insoddisfatta la popolazione turca. In questo clima di sfiducia nei confronti del sultano, prese sempre più consenso il Comitato Unione e Progresso (ricordato anche con il nome di Giovani Turchi), che aveva come obiettivo la trasformazione dello stato da impero a monarchia costituzionale, sposando anche dei principi liberali presi dal vecchio movimento dei Giovani Ottomani. Gli stessi armeni abbracciarono questa fazione, vedendo la possibilità di ottenere nuovi diritti. La tensione tra governo e movimento sfociò nel 1908, quando quest’ultimo marciò contro la capitale e costrinse Abdul Hamid a concedere una costituzione.

Nell’aprile dell’anno seguente, il sovrano tentò di riprendere un controllo assoluto sul territorio cercando di piegare militarmente il Comitato Unione e Progresso, ma fallendo. In contemporanea avviò un nuovo tentativo di sterminio in Cilicia: più di trentamila armeni furono massacrati in due ondate.

Sconfitto il sultano e sostituito con il fratello Mehmet V, i Giovani Turchi poterono a questo punto consolidare il loro potere e nel 1913 stabilire all’interno dell’impero una dittatura militare retta da tre figure: Talat (Ministro dell’Interno); Djemal (Ministro della Marina); Enver (Ministro della Guerra).

Ridotto il sultano ad una figura puramente simbolica, sembra quasi che le sorti degli armeni potessero migliorare grazie ai principi su cui si era fondato il movimento dei Giovani Turchi; tuttavia non sarà così.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l’Impero Ottomano iniziò il conflitto a fianco degli imperi centrali e contro lo schieramento francese, inglese e russo. Già all’inizio dell’inverno Enver intraprese una forte campagna nel Caucaso, conclusasi poi con una grossa sconfitta.

Circa due milioni di armeni erano presenti sul suolo ottomano e circa un milione e mezzo in quello russo. Per quest’ultimi risultava normale combattere per l’esercito dello zar, mentre più difficile fu l’accettazione dell’arruolamento in un esercito musulmano.

Davanti al fallimento della campagna militare, i Giovani Turchi trovarono proprio negli armeni un primo capro espiatorio, accusandoli di essere in combutta con il nemico.

A fine gennaio, fu emanato l’ordine di disarmo per tutti i soldati armeni, seguito poi da massacri sporadici. Questi portarono alla Resistenza di Van, in cui un gruppo di armeni impugnò le armi contro l’esercito per evitare lo sterminio; furono salvati grazie all’arrivo dell’esercito russo nell’area. Propagandata come un’insurrezione, fu proprio allora che si diede il via a quello che Claude Mutafian (nel suo libro Metz Yeghérn) definisce «genocidio perfetto».

Il 24 aprile i soldati ottomani iniziarono ad arrestare e ad allontanare dalla capitale tutta l’élite armena; in un mese più di mille intellettuali furono deportati verso l’interno dell’Anatolia. Si proseguì poi con la popolazione comune. Gli uomini in età da combattimento venivano separati dal gruppo e fucilati poco distante per evitare che si creassero sommosse.

Agli occhi dell’opinione pubblica, quest’emigrazione forzata veniva giustificata col pretesto di allontanare gli armeni dal fronte russo. La destinazione finale doveva essere la città di Aleppo, ma è inutile dire quanti pochi di questi riuscirono ad arrivarci: la maggior parte moriva per la strada a causa delle sevizie e delle malattie, senza contare la fame e la sete. Alla fine dell’estate l’operazione poteva dirsi conclusa.

Da questa regione, si passò alla Cilicia e alle restanti province a ovest. Nel giugno del 1916 Talaat diede l’ordine di sterminare tutti i sopravvissuti; pertanto i turchi trascinarono gli armeni lontano dai centri abitati, all’interno dei deserti della Siria e della Mesopotamia, per poi finire qui il lavoro. Quasi tutti gli armeni presenti all’interno del territorio turco furono assassinati.

Esecuzione per impiccagione di armeni nella città di Aleppo

Quando si capì che le deportazioni equivalevano alla morte, si generarono tentativi di resistenza: la più famosa sarà quella di sette villaggi situati alla base del monte Mussa-Dagh, dove più di 4000 persone si opposero allo sterminio riuscendo a resistere per quaranta giorni, finché non arrivò in loro soccorso una nave francese attratta dalla bandiera con la scritta “Cristians in distress: rescue!” (Cristiani in pericolo: soccorso!).

Nel 1918, con la ritirata russa, i turchi si spinsero oltre il confine, sferrando un attacco in Armenia orientale. Nonostante le difficoltà interne che stava attraversando la Russia, l’avanzata ottomana fu fermata grazie al partito Dashnak, che riuscì a mobilitare tutta la popolazione contro l’invasore e a vincerlo a Sardarapat nell’omonima battaglia combattuta tra il 21 e il 29 di maggio.

Qualche mese più avanti l’Impero Ottomano firmò l’armistizio di Mudros, mettendo fine al conflitto.

Le trattative di pace aperte nel 1919 portarono alla firma del trattato di Sèvres, firmato il 10 agosto 1920. Questo andò a mettere sotto mandato franco-britannico il mondo arabo e, cosa qui più importante, a sancire la nascita di uno stato armeno indipendente. Si aprì così la speranza di una “terra promessa” per tutti gli armeni sopravvissuti ai massacri. Ancora una volta, non sarà così.

Prima di continuare nella descrizione delle sofferenze di questo popolo, dobbiamo accennare ai processi che si aprirono nel 1919 a Costantinopoli a seguito della fine del conflitto, organizzati dalle autorità turche. Il nuovo primo ministro Damad Ferid Pascià tentò di far ricadere tutte le colpe del tentato genocidio sui leader dei Giovani Turchi e non sull’intera popolazione. La procedura si rivelò tuttavia una farsa: i responsabili furono infatti condannati, senza però richiederne l’estradizione dai paesi in cui avevano trovato rifugio dopo la guerra.

Toccherà agli stessi armeni farsi giustizia. Nell’ottobre 1919 a Yerevan il partito Dashnak partorì l’Operazione Nemesis con lo scopo di eliminare tutti i responsabili turchi. Il 15 marzo 1921 a Berlino Solomon Tehlirian uccise a sangue freddo l’ex ministro degli Interni Talat. L’assassino venne arrestato, per poi essere immediatamente rilasciato. Il 18 luglio fu il turno di Misak Baku, che giustiziò Pipit Jivanshir Khan (questa volta in Inghilterra). Anche qui il tribunale diede l’assoluzione. A tali “sentenze di morte” ne seguirono molte altre, tra cui quelle di Djemal Pascià che cadde a Tbilisi il 25 luglio 1922 per mano di Stepan Dzaghigian e Bedros Boghosian.

Ritornando ora alla situazione post trattato di Sèvres, chi prese il potere rilanciando un nuovo nazionalismo turco fu Mustafà Kemal (il famoso Padre dei Turchi), il quale avviò una duplice politica internazionale: da un lato, si assicurò la protezione degli alleati dal nuovo pericolo bolscevico; dall’altro, l’appoggio di questo contro l’espansione coloniale franco-inglese. Questo status quo gli permise di ignorare il trattato. Il 20 settembre 1920, l’esercito turco guidato dal generale Karabekir occupò i territori della neo Repubblica Armena, massacrando la popolazione locale. A questo punto i sovietici si accordarono per la spartizione dell’area: una parte fu annessa alla Turchia, mentre la restante diventò un piccolo stato armeno sotto l’influenza sovietica. Non contento, Kemal acquisì nello stesso anno la Cilicia, fino a quel momento sotto mandato francese.

Mustafa Kemal Atatürk

Nel 1923, infine, la Conferenza di Losanna annullò gli accordi di Sèvres (senza trattare la questione armena). A seguito di questo ritorno al passato, la restante popolazione armena abbandonò il territorio turco. Oggi solo pochi resistono all’interno della città di Istanbul. 

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