I bimbi d’Italia si chiaman Balilla!

L’altro giorno, tra amici e con un caffè in mano, si stava parlando del Canto degli Italiani. L’attenzione cadde a un tratto sulla frase:

I bimbi d’Italia si chiaman Balilla, il suon d’ogni squilla i Vespri suonò”.

Subito ci fu chi si accese gridando al fascismo! Sentendo Balilla, infatti, la mente era andata all’Opera Nazionale Balilla, istituita per volontà del Duce nel 1926. C’è solo un piccolo problema: Mameli compose il nostro inno nel 1847, quando non solo il fascismo non era ancora stato concepito, ma addirittura nemmeno i genitori di Mussolini erano ancora nati.

Ma allora chi o cosa era “il Balilla”?

Per rispondere alla domanda bisogna tornare indietro nel tempo di 273 anni, arrivando così al 1746. Quasi tutte le potenze europee stavano portando avanti ormai da sei anni la cosiddetta Guerra di Successione Austriaca.

La Repubblica di Genova, rimasta neutrale negli ultimi 200 anni, per evitare di rimanere isolata politicamente decise di unirsi all’alleanza tra Francia e Spagna firmando il trattato di Aranjuez del 1745 e dichiarando così guerra ai Savoia (alleati dell’Austria).

Nonostante Genova avesse mosso il suo esercito solo contro i piemontesi e non contro gli austriaci, questi ultimi raggiunsero il capoluogo ligure e costrinsero i suoi cittadini alla resa, imponendo dure condizioni di pace, che risulteranno essere una vera e propria sottomissione agli Asburgo.

Nel dicembre la popolazione, stremata dalla pressione fiscale e dalla prepotenza degli occupanti, insorse ottenendo la ritirata degli austriaci. Ecco, proprio in questo contesto si distinse il Balilla, quella figura avvolta tuttora nel mistero che diede il via alla Rivolta di Genova.

Il 5 dicembre un contingente austriaco stava trasportando un mortaio attraverso il quartiere di Portoria. Quando questo mortaio si bloccò nel fango, l’ufficiale diede l’ordine alla popolazione di aiutare l’esercito nel trasporto, minacciando anche di usare la forza. Al comando, rispose per primo un bambino di undici anni che, al grido “CHE L’INSE?” (in dialetto genovese “comincio io?”) scagliò una pietra contro i militari dando inizio alla rivolta.

Gli scontri durarono tre giorni, al termine dei quali l’esercito asburgico abbandonò la Liguria.

Si può dire che proprio grazie a questo bambino, chiamato IL BALILLA, la Repubblica di Genova fu salva.

Ma chi era costui?

In pieno Risorgimento, in un Almanacco ligure scritto nel 1844 e pubblicato nel 1845, nella sezione Liguri Illustri, troviamo per la prima volta il nome di Giovan Battista Perasso, associato al ragazzo che scagliò la pietra un secolo prima.

Nel 1851 padre Giuseppe Olivieri rivendica di essere stato proprio lui il primo a scoprire l’identità del Balilla, attribuendola non a un bambino originario di Portoria, ma nativo di Montoggio e nato nel 1827. Trent’anni dopo, nel 1881, lo stesso Giuseppe Olivieri, ormai ottantasettenne, dichiarerà di essere stato informato riguardo a questa figura da un suo collega di nome Giambattista Minaglia, che sosteneva di averlo conosciuto.

Parallelamente, sempre nel 1881, grazie alle carte della parrocchia di Santo Stefano in Portoria, si venne a conoscenza di un altro bambino di nome Giovan Battista Perasso, figlio di Antonio Maria Perasso, nato il 26 ottobre 1735. Tuttavia il soprannome di questo non era Balilla, ma Beccione (mangiamerda), motivo per cui risulta difficile essere certi della sua vera identità.

Impossibile quindi confermare la sua esistenza: è importante però mostrare come questa figura venne ripresa in pieno Risorgimento e trasformata in un simbolo patriottico. Ciò spiega anche perché, negli anni dei moti rivoluzionari, Goffredo Mameli decise di inserire il Balilla all’interno del suo Canto degli Italiani.

Per concludere, possiamo quindi dire che il BALILLA è un simbolo di lotta contro le minacce esterne; è un popolo che si desta contro i soprusi di altre nazioni!

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